Delle origini e delle Olimpiadi

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Mi sono chiesto da dove questa rubrica potesse iniziare. La storia moderna è piena di aneddoti e storie strappalacrime su imprese sportive al limite, traguardi incredibili, obiettivi impossibili, vittorie raggiunte all’ultimo. Poi ho pensato che un buon inizio potrebbe essere… L’inizio! Ossia raccontare da dove nasce la gara regina della corsa: la maratona. Molti di voi crederanno che il merito vada a De Coubertin, ed in parte avete ragione, ma il primo a correre una maratona è stato un ateniese, un oplita, senza maglie termiche, scarpe con suole ammortizzate o tights. Solo la propria armatura, lo scudo, la spada che batteva sul fianco, l’elmo in testa e la disperata necessità di raggiungere Atene.

Contro l’oppressione e la tirannia

Fin dall’inizio del V secolo le isole greche avevano iniziato a ribellarsi al giogo persiano, all’oppressione asiatica arrivata dall’Oriente babilonese. La rivolta delle poleis era sfociata in una guerra e la guerra aveva portato all’invasione della penisola greca.
Il 12 settembre del 490 gli opliti ateniesi affollavano le alture nei pressi di Maratona, scrutando una flotta di indicibile grandezza pronta a sbarcare sul continente alla cui testa era Dario, imperatore persiano.
La sua flotta esportava tutto ciò contro cui i greci si erano sempre battuti: oppressione e tirannia. Venti mila ateniesi, col favore del pendio e costretti dall’incombere della battaglia, caricarono le forze persiane e le sconfissero sulla riva del Mar Egeo.

La folle corsa

Nello schieramento ateniese c’era un uomo, un emerodromo famoso in tutta la Grecia. La sua notorietà veniva non dall’abilità con la lancia o il coraggio sul campo di battaglia, ma dalla velocità della propria corsa. Filippide era il più veloce messaggero a disposizione della città dell’Attica e nei giorni precedenti la battaglia, come racconta Plutarco, aveva recapitato a Sparta una richiesta di aiuto coprendo in un solo giorno la distanza di circa 225 kilometri. Un gioco da ragazzi!
Dopo la fine dello scontro, Milziade, il generale greco, si accorse che le navi persiane si dirigevano verso Atene, rimasta sguarnita della propria guarnigione, per attaccarla dal mare. Se c’era un uomo che poteva salvare la città ed allertare la marina per tempo, questi era proprio Filippide.
Non potete immaginare un uomo in pantaloncini, scarpe e maglia, magari una di quelle belle t-shirt che avete visto nel negozio per runners su Oxford Street, di quelle che non si appesantiscono col sudore. L’armatura di un oplita pesava circa 20 chili, lo scudo sbilanciava la corsa verso sinistra, mentre l’elmo che ciondolava ad ogni passo premeva sul collo e non permetteva a Filippide di respirare durante la corsa. Per non parlare dei calzari di pelle, sicuramente pratici per le strade della capitale dell’Attica, ma non adatti ad una corsa di 42 kilometri.

Morte e vittoria

Plutarco racconta che Filippide arrivò ad Atene appena in tempo per avvisare i propri concittadini della vittoria, giunto alle porte della città fu accolto da una folla di cittadini ed esclamò: Nenikèkamen. “Abbiamo vinto!” Stremato dallo sforzo compiuto, crollò al suolo morente.
Oltre duemila anni dopo, un nobile francese, il barone de Coubertin stava cercando di ideare una gara di atletica che potesse chiudere alla perfezione la prima edizione dei giochi olimpici, che si sarebbero tenuti ad Atene nel 1896.
Ad Olimpia erano appena state rinvenute le spoglie dello stadio che ospitava i giochi votivi agli dei, le antiche olimpiadi, ed ovunque la Grecia antica riacquisiva nuovo fascino.
Leggendo il racconto di Plutarco, de Coubertin trovò l’ispirazione per la regina delle gare di atletica: una corsa il cui carico in termini di sforzo fisico ed emotivo è così pesante da richiedere un tributo in termini di sacrificio e devozione tale da far rinunciare a migliaia di tagliare il traguardo. Uno sforzo che ogni volta compiuto richiama quello di Filippide e della sua folle corsa verso Atene.

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