Famoso per non aver vinto

C’è un’epoca in particolare che viene ricordata per la propria bellezza, sia essa supposta o vera. Gli inizi del Novecento sono un periodo strano: da una parte le luci della Belle Epoque, i grandi viali illuminati di Parigi, le luci della Londra vittoriana e la vita brulicante dei grandi conglomerati urbani; dall’altra parte ci sono i fantasmi della Grande Guerra, che nel decennio successivo avrebbe scosso a partire dalle fondamenta il mondo occidentale, innescando la miccia che avrebbe portato ai fatti dei 20 anni successivi.

La Romagna, un ortofruttaio ed i suoi figli

In tutto ciò, come spesso succede, l’Italia è rimasta qualche passo indietro rispetto al resto dell’Europa. Non tanto Milano e Torino, le grandi città industriali del nord che con il loro hinterland trascinano come una locomotiva il paese, ma esiste ancora un’Italia rurale, legata alle proprie tradizioni, ai propri costumi, alle proprie radici. In questo contesto si inserisce la famiglia Pietri, originaria di Correggio. Una famiglia contadina, che nel 1897 si trasferisce nella vicina Carpi dove Desiderio apre un negozio di frutta e verdura, uno di quelli che si vede nelle piccole città della pianura padana, magari con le cassette di legno messe in bella mostra appena fuori la porta, riempite nei mesi estivi della gioia dei colori della natura con le tonalità della frutta e degli ortaggi di stagione. In quella famiglia così modesta c’è un ragazzo che ne riflette a pieno la modestia delle origini e lo sforzo profuso ogni giorno nel lavoro. Dorando Pietri non è alto, sfiora appena il metro e sessanta e fin da giovane lavora come garzone in diversi negozi della città e nel tempo libero si diletta con la bicicletta e la corsa a piedi. E’ bravo, talmente bravo che si dica abbia tenuto il passo di Pericle Pagliani, il podista per eccellenza dell’Italia di inizi novecento, con indosso ancora i vestiti del lavoro.

Dai campi alla pista

Dorando inizia la sua carriera dal basso, partecipando alle prime gare regionali per poi passare ai campionati nazionali e poi alle competizioni internazionali all’estero, ma c’è un fatto che accomuna tutte le manifestazioni a cui partecipa: vince sempre. Conquista il titolo italiano sui 5000 metri e sui 20 chilometri, vince una 30 chilometri a Parigi e stabilisce numerosi record nazionali sulle lunghe distanze. La consacrazione dovrebbe arrivare ad Atene ai giochi olimpici intermedi del 1906, dove si qualifica nella maratona fermando il cronometro a 2 ore e 48 minuti, ma nella capitale greca è costretto a fermarsi per problemi intestinali. L’appuntamento con la storia è solo rimandato.

Castello di Windsor, 24 luglio 1908

Si qualifica comunque per i giochi olimpici di Londra 1908 ed è lui la grande speranza italica per la vittoria finale. La maratona di Windsor è un evento molto seguito, tanto che si calcola che in 250mila londinesi siano scesi per le strade, che però si svolge in strane condizioni climatiche: il caldo nella capitale britannica è asfissiante. Quando la principessa del Galles dà il via alla competizione, sono gli atleti di Sua Maestà a dettare un ritmo infernale, così Dorando decide di restare nelle retrovie, conservando le energie per la seconda parte di gara; la sua tattica si rileva vincente e dal ventesimo chilometro riscala la classifica mettendosi in scia del sudafricano Charles Hefferon, lo supera e si dirige verso il traguardo nello stadio di White City, stracolmo per l’occasione. Ora immaginate di aver appena corso 41 chilometri, di vedere già il nastro dell’arrivo davanti a voi, la gente assiepata sugli spalti che vi incita ed all’improvviso la vostra vista si
annebbia. Perdete lucidità, la bocca vi si asciuga totalmente per il gran caldo mentre le gambe iniziano a pesare come fossero due blocchi di marmo e da un momento all’altro il buio. Questo è ciò che succede a Pietri. Perde le forze e sviene più volte, quattro per la precisione. I giudici di gara lo aiutano a rialzarsi, ma appena taglia il traguardo come primo gli americani fanno reclamo e lo vincono. Dorando Pietri viene squalificato e la medaglia d’oro assegnata a Johnny Hayes.

Da Alessandra per Dorando.

Sir Arthur Conan Doyle è in tribuna come corrispondente per il Daily Mail e scrive «La grande impresa dell’italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici.» Mai parole furono più vere. Riceve direttamente dalle mani della regina Vittoria una coppa d’argento con una dedica personale per l’impresa compiuta, viene organizzata una colletta dal quotidiano britannico Mail per pagargli un premio e permettergli di aprire una panetteria a Carpi, la proposta è un successo e vengono raccolte trecento sterline. Negli anni successivi viene invitato al Madison Square Garden per una gara uno contro uno proprio contro Hayes: 262 giri di pista per determinare una volta per tutte chi sia il migliore sulla distanza della maratona. I due rimangono appaiati per tutto il tempo, ma nello sprint finale la spunta il nostro Dorando Pietri, che così farà anche nella sfida successiva sempre oltreoceano. La sua figura è ormai leggenda, un piccolo uomo di statura diventato grande grazie al suo terribile sforzo ed alla sua fallibilità come essere umano; un esempio di sacrificio, abnegazione e superamento dei limiti umani come non se ne erano mai visti, una storia che nella sua drammaticità e tragicità richiama quella di Filippide che abbiamo già avuto modo di conoscere. Un uomo che in tutta la sua fragilità e umanità sfida sé stesso per raggiungere la gloria degli dei olimpionici per entrare a far parte di quel firmamento celeste nel quale risplendono le gesta di coloro i quali si sono spinti così in là da aver tracciato un solco indelebile nella memoria dello sport, un segno che sprona all’auto miglioramento ed alla ricerca del proprio massimo tutti quelli che vengono dopo di loro.

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