Sodoma e Gomorra, pt. 2

Per quelli che si sono persi la prima puntata della storia del doping, questo è il link all’articolo:

Sodoma e Gomorra, pt. 1

Seoul si affaccia sul mare ed il suo volto sta velocemente cambiando. E’ il 1988 e la città, sede delle Olimpiadi estive, non è ancora la capitale coreana, quantomeno non ufficialmente, ma è comunque il centro più popoloso di tutta la penisola ed il suo Stock Exchange è uno snodo commerciale fondamentale dell’Estremo Oriente. La guerra è finita da quasi 40 anni ma le sue ferite sono ancora evidenti tra l’acciaio ed il vetro dei grattacieli che nascono nel centro città e le rughe scavate nel volto degli anziani. Lo stadio olimpico di Seoul si trova nel distretto di Songpa e si adagia sulle rive del fiume Han che attraversa la città; è fine settembre e l’umidità non è così asfissiante come in luglio, ma si fa comunque sentire anche per i quasi ottanta mila spettatori che assiepano i gradoni dello stadio.

Acero e aquile

Sulla pista di atletica ci sono due afroamericani che spiccano tra gli altri finalisti olimpici dei 100 metri piani. Uno di loro ha fatto segnare il nuovo record del mondo un anno prima, a Roma, fermando il cronometro a 9 secondi e 83 decimi. L’altro è “Il figlio del vento”, quel Carl Lewis che nei prossimi anni dominerà il mondo grazie alla sua velocità. Uno indossa la divisa della rappresentativa statunitense, rossa con la bandiera a stelle e strisce sul petto; l’altro veste anch’esso di rosso, ma invece della bandiera USA campeggia la foglia d’acero, simbolo del glorioso Canada. Sarebbe nato in Jamaica, ma è stato naturalizzato dopo essersi trasferito nel 1976 con la famiglia. Si chiama Ben Johnson e negli ultimi anni ha fatto incetta di record e medaglie ovunque si trovasse. La gara è una di quelle che si aspettano da molto tempo, tutti ne parlano ed il colpo di pistola è preceduto da una tensione palpabile. Il silenzio diventa un muro impenetrabile, nessuno parla, tutti gli occhi sono puntati su quelle 8 corsie e sul rettilineo che dovranno percorrere, come se si cercasse una piccola imperfezione su uno specchio lucido. Il colpo a salve segna l’inizio della storia, Johnson stacca fin da subito tutti gli altri atleti e si presenta alla linea di arrivo con il braccio alzato ed il dito proteso verso il cielo, come quando si studia un concetto importante e lo si vuole sottolineare per tenerlo bene a mente ed il concetto è molto semplice: 9 secondi e 79 decimi.

The dirtiest race ever

9 secondi e 79 decimi. Tanto gli basta per coprire 100 metri. La sua falcata è quella di un ghepardo nella savana: ha visto la preda e ci si è avvicinato lentamente, senza farsi scorgere tra l’erba alta, ora è a pochi metri e mentre si rannicchia su sé stesso cercando la forza dentro di sé per quello scatto già si vede banchettare sul cadavere dell’animale con le fauci lorde del sangue del proprio avversario. Così è Ben Johnson alla fine della gara, mentre compie il proprio giro d’onore e si bea degli applausi di un pubblico in estasi. “L’Ercole semidio” si prende la propria rivincita su Lewis, il rivale di sempre, quello che lo aveva accusato di aver fatto uso di droghe, su Pepsi, Coca-Cola, American Express e tutti quegli sponsor che lo avevano rifiutato perché ritenuto “vanesio ed egocentrico”, tanto per citare un titolo di Sports Illustrated, la bibbia dello sport americano. Dopo il giro d’onore ci sono da fare le visite e sembrano una formalità, ma un campione di urine che porta il suo nome viene rilevato positivo dalla commissione anti-doping.

Gomorra

Chiaramente la vicenda ha degli strascichi: Johnson torna a Toronto nella più totale umiliazione, gli viene tolta la medaglia d’oro ed assegnata a Lewis, mentre i media e l’opinione pubblica lo massacrano per aver usato steroidi. Come molte cose nella vita, anche questa gara va ripensata a mente fredda, con tutti i dati a propria disposizione e quando si è fatta chiarezza fino in fondo. Di quegli 8 semidei presentatisi all’appuntamento olimpico della tarda estate del 1988 ben 6 avevano avuto, o avranno in futuro, problemi con l’uso di sostanze dopanti, tra questi anche l’illustrissimo figlio del vento. Eppure, solo a Johnson fu ritirato il proprio record dalla IAAF, insieme a quello del 1987, anch’esso ottenuto sotto effetto di steroidi. Nella sua autobiografia, pubblicata nel 2016, il canadese racconta come già nel 1981 il suo allenatore Charlie Francis l’avesse convinto a migliorare le proprie prestazioni attraverso un ciclo di Stanozolol, uno steroide che lo avrebbe aiutato a diventare il divino che aveva sempre sognato di essere, fin da quando aveva 16 anni e veniva bullizzato da quei ragazzi bianchi e con i capelli freschi di taglio di Scarborough. D’altronde le ragioni erano comprensibili: tutti lo usano, perché dovrei non farlo, in fondo non stai barando se non sei il solo.

Diciannove anni dopo quella gara è rimasta nell’immaginario collettivo ed ha caratterizzato un’olimpiade a cui, come vi abbiamo già lungamente illustrato nel nostro blog, Diadora e Patta hanno dedicato una collaborazione. Il giudizio sulle vicende umane non spetta a chi scrive questo blog: io racconto i fatti, magari romanzando qualche dettaglio, ma il mio ruolo l’ho portato a compimento.

Una volta che l’aedo finisce il proprio racconto e la sua voce tace di fronte al fuoco della grande sala, egli si alza e si dirige verso il proprio giaciglio, mentre coloro che ne hanno ascoltato le parole rimangono frastornati dal fragore della storia che entra nella testa.

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