NYC Marathon

ENRICO DI PAOLO

1- Come hai cominciato a correre?

Ho sempre fatto sport e la corsa all’inizio faceva solo parte della preparazione per qualche altra disciplina. Poi all’improvviso, anche per motivi di lavoro e familiari, gli sport che praticavo erano troppo impegnativi e mi sono ritrovato ad apprezzare il fatto di poter fare attività fisica semplicemente correndo, senza che questo fosse finalizzato ad altro. Da lì in poi è stato facile per me trovare uno spirito un po’ più agonistico e fare della corsa qualcosa di sempre più coinvolgente ed appagante.

2- Cos’è per te la corsa?

Oggi è una valvola di sfogo, un modo per fare sport in modo sano e semplice. Mi dà la possibilità di migliorare la qualità della mia vita in generale, mi fa vivere la mia città in maniera diversa e mi fa condividere questa visione con altre persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questi anni. Non arrivo a dare definizioni troppo “alte” della disciplina dal punto di vista sportivo ed agonistico, perché ammetto di non essermi mai dedicato in maniera seria all’allenamento e alla preparazione. Tuttavia posso dire che la corsa, vissuta in un certo modo, può essere più che uno sport e diventare quasi uno stile di vita che può togliere soddisfazioni da molti punti di vista. Oggi difficilmente riesco a farne a meno.

3- Hai scoperto qualcosa di nuovo su di te e sul tuo carattere grazie alla Maratona di Ny?

La maratona di NY è una gara particolare, non è una di quelle gare che vivi solo con te stesso. All’inizio sei in un bagno di folla continuo che ti spinge in maniera quasi naturale a dare il meglio. Però allo stesso modo, a un certo punto, devi fare i conti con le tue aspettative e quindi all’improvviso tutta quella gente quasi non la vedi più. Del mio carattere, soprattutto in relazione allo sport, ho imparato a vedere vari aspetti in altre occasioni passate e forse pensavo di non avere più niente o poco da imparare. Eppure questa volta c’è stato qualcosa di diverso, che ancora non ho metabolizzato bene, ma che mi ha dato la spinta per mettere da parte i dolori muscolari e arrivare al traguardo di una gara dal finale durissimo. Forse sì, in questo caso il mio carattere è riuscito a dare qualcosa in più, anche se, ripeto, ancora non so bene cosa mi sia rimasto di quei 5-6 km finali in cui ho combattuto con i crampi – per il momento solo la gioia che siano finiti!

4- Quanto influisce l’incitamento del pubblico in una gara del genere?

Tanto, troppo. Bellissima atmosfera. New York e i suoi abitanti danno veramente il meglio in questa occasione. Ti fanno sentire un campione olimpico e ti danno quella spinta in più che in questi casi è veramente bello avere.  Nel mio caso forse il supporto è stato anche eccessivo, considerando che ho passato i primi 10-15 km a fare zig-zag per dare il 5 a tutti i bambini presenti lungo il percorso con una velocità che forse non era quella che ero pronto a mantenere per tutta la gara. Ma pazienza! Forse quelli che erano a Central Park lungo gli ultimi 2-3 km non li ho guardati nemmeno, ma per più di metà gara quanto mi sono divertito!

5- Da maratoneta, che consiglio ti senti di dare a chi comincia a correre con l’obiettivo di una 42 km?

Innanzitutto, direi di non ascoltare consigli da nessuno. La maratona si corre in maniera totalmente individuale e nessuna persona, o ancor più nessun atleta, per quanta esperienza possa avere, potrà mai interpretare con i giusti consigli la gara di qualcun altro. Ognuno deve seguire le proprie sensazioni e viverla al meglio delle sue possibilità. Sicuramente bisogna controllare i segnali del corpo e saper gestire le proprie forze nel migliore dei modi.

In fase preparazione si possono dire tante cose, ma non mi sento in grado sento di spingermi su un piano tecnico. Una cosa che posso dire di sicuro è di non sottovalutare mai una maratona e provare ad arrivarci sempre con la migliore condizione possibile, perché le insidie possono essere tante e una buona preparazione fisica e mentale di sicuro può aiutare ad affrontarle.

6- Prossime sfide?

Una maratona all’anno, non di più. Possibilmente sempre in un posto diverso. Per il resto non lo so, continuerò di sicuro a correre per stare meglio e per provare a migliorarmi, ma la cosa fondamentale sarà continuare a divertirmi e condividere questa passione con le persone che ho avuto la fortuna di incontrare in questi ultimi anni. Preparare la maratona di Roma del 2017 con un gruppo fantastico è stato veramente speciale e l’obiettivo di ripetere quel tipo di esperienza in futuro sarà sempre primario.

 

ROBERTO LANZA

1- Come hai cominciato a correre?

Ho cominciato a macinare i primi chilometri nel 2015, quando con alcuni amici abbiamo deciso di partecipare alla Trifecta della Spartan Race (ovvero le gare su tutte e tre le distanze Spartan Race nel corso dello stesso anno). L’idea era quella di fingerci meglio “veri”sportivi e sentirci con la coscienza a posto.

In generale la corsa è stata sempre presente nella mia vita, ma come semplice attività parallela ai vari sport che ho praticato, in un’ottica completamente differente da quella attuale. Tuttavia è stato proprio durante questo cambio di “passo” che ho capito che correndo stavo bene, che iniziavo a vivere la nostra Roma in modo diverso, e volta dopo volta ero sempre più contento di scendere in strada e correre lungo il solito percorso lungo le vie del centro. Da allora non ho più smesso.

2- Cos’è per te la corsa?

Premesso che le sfaccettature sono tante – e tutte soggettive – dalla prima corsa ad oggi, la mia visione della corsa è spesso cambiata, soprattutto in base alle mie esigenze personali e agli stati d’animo vissuti nel momento in cui dovevo allacciarmi le scarpe. Sicuramente la corsa mi ha dato più consapevolezza delle mie possibilità e mi ha portato spesso a fare certi “bagni di umiltà” che non sto qui a raccontare.

Detto questo, la corsa non è solo l’io e poi gli altri, ma anche un noi. Macinando chilometro dopo chilometro, ho apprezzato anche la possibilità di condividere questa passione, allenandomi e gareggiando con i miei amici e supportandoli quando necessario.

3- Hai scoperto qualcosa di nuovo su di te e sul tuo carattere grazie alla Maratona di New York?

Ogni volta che si corre una Maratona si scopre qualcosa di nuovo su sé stessi. Nel mio caso, ammetto di aver sottovalutato i 42km e 192m di New York, peccando un po’ di presunzione ed incoscienza e facendo quindi uno di quei bagni di umiltà di cui parlavo. Prima di partecipare alla Maratona di New York ne avevo sentito parlare attraverso vari mezzi, dalle ultime due edizioni trasmesse in TV, agli articoli scritti sul tema, ai commenti di chi già l’aveva corsa. Tuttavia, tanta era la voglia di godermi il contorno di questa gara che ho iniziato a realizzare cosa stavo per vivere solo nel momento in cui, come tanti altri runners, ero in fila per salire sul bus che ci avrebbe portati a Staten Island.

Riguardando le foto e i filmati fatti durante la gara, mi sono soffermato su un video di circa 5 minuti registrato proprio sulla finish line. Di solito molti maratoneti, quando percorrono l’ultimo chilometro della gara, tirano fuori le ultime energie rimaste in corpo e si lanciano in uno sprint per oltrepassare quel traguardo che ti dà quel senso di liberazione ed onnipotenza. Guardando quel filmato, ho notato che molti runners che non facevano quello sprint, non aumentavano il passo della corsa, anzi quasi rallentavano, perché avevano capito che quel fantastico viaggio tra le strade di New York City attraverso i quartieri di Staten Island, Brooklyn, Queens, Bronx, e Manhattan stava per finire. Avevano capito che quel sogno tanto agognato nei mesi precedenti sarebbe terminato da lì a breve. Più si avvicinavano al traguardo, più i loro volti lasciavano scivolare via segni di sofferenza e stanchezza, lasciando spazio a sorrisi e lacrime.

4- Quanto influisce l’incitamento del pubblico in una gara del genere?

Ho vissuto questa gara, dall’inizio alla fine, con un approccio diverso rispetto ad altre competizioni alle quali ho partecipato. Volevo godermela, volevo sentire l’euforia della gente, scorgendo ogni singolo volto di adulti e bambini che allungavano la mano per potermi dare il cinque: l’ho trovata un’esperienza unica, che faccio ancora fatica descrivere.

Quando racconto del supporto che accompagna i runners della NYC Marathon, non parlo di “pubblico”, ma di “stadio” che ti sostiene per l’intera distanza: più ti avvicini alla finish line, più la gente si scatena per trasmetterti quell’energia. Mentre correvo ho fatto veramente fatica a non lasciarmi prendere dall’emotività del momento e farmi trascinare dal tifo scatenato della gente.

Io mi sono sentito veramente protagonista della gara: lo “stadio” tifava allo stesso modo per il primo runner, per me e per quello che sarebbe passato un’ora dopo.

Un altro aspetto bellissimo della maratona di New York è girare con la medaglia al collo nei giorni successivi alla gara ed essere fermato per strada dalla gente che si ferma per farsi una foto con te.

5- Da maratoneta, che consiglio ti senti di dare a chi comincia a correre con l’obiettivo di una 42 km?

Posso dare un semplice consiglio: la Maratona è detta la Regina delle corse o la distanza Regina. Non la si può prendere tanto alla leggera, bisogna essere consapevoli in primis che il nostro fisico subirà un forte stress sconosciuto prima d’ora; e poi che a differenza di distanze più brevi la probabilità di momenti di crisi è elevata.

Ma questo non deve spaventare, anzi io credo che correre una maratona permette di avere una  percezione del proprio io completamente diversa. E poi, se ce l’ho fatta io a correrne 7, perchè non dovrebbero farcela anche gli altri?

Dico questo perché la mia prima maratona è stata nel 2015 a Firenze, conclusa in 4h51, fatta allo sbaraglio, senza un’adeguata preparazione e con la curiosità (da masochista) di capire cosa si prova a correre una distanza del genere. Dopo un anno, nel 2016 sono tornato a Firenze, consapevole degli errori commessi in precedenza ed ho chiuso la gara in 3h47m11s.

 

6- Hai affrontato altre sfide dopo NY?

Sì: il 25 novembre ho corso la quarta Firenze Marathon consecutiva. Perché la prima maratona poi non si scorda mai, ti rimane un po’ dentro.

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